Bruce Springsteen. Una notte con lui

Bruce Springsteen

Bruce Springsteen.C’è poco da fare; è notte, la giornata, come tante altre, ci è passata davanti agli occhi, il lavoro, la stanchezza, la passione, ed i momenti in cui si vorrebbe essere da qualche altra parte. E’ notte e la strada è l’ultima salvezza. «Sto guidando una macchina rubata, giù per la Eldridge Avenue, ogni notte aspetto di esser preso, ma non succede mai».

Vedere Bruce Springsteen dal vivo è un’esperienza da provare, è un modo per rendersi conto che il rock’n’roll è vivo, ed è magicamente racchiuso tra le corde della sua chitarra e nei toni rauchi della sua voce. Potete non crederci ma Bruce Springsteen è il rock’n’roll, è Elvis, è Hank Williams, è Patti Smith, è gli Who, è emozione e vitalità;ma attenzione, Springsteen ha un grosso pregio, quello di non essere stantio. Sia chiaro che non si parla di novità, la new wave è lontana, ma è più facile vedere Bruce Springsteen ad impazzir dietro ad una chitarra dei Clash, che non il contrario e la cosa non è priva di significati.

Si può non amare Springsteen, lo si può mettere accanto agli altri dischi nello scaffale e dimenticarlo per qualche mese, ma quando si entra per una volta nel suo mondo, quando si corre con lui “la dove finisce l’autostrada e comincia il deserto”, chiunque soffra di un pò di romanticismo si trovera’  a non separarsene più.

Tutto questo per raccontare della tournee europea di Bruce Springsteen e dei concerti che ha tenuto in Francia, in particolare quello di Lione che noi abbiamo sequito. Erano cinque anni che Springsteen mancava dalla terre europee ed il suo arrivo are stato strombazzato ai quattro venti dalle testate specializzate inglesi e francesi, che riportavano le cronache dei concetri americani (durata media quattro ore) che Springsteen e la E Street Band avevano tenuto.

In Francia l’attesa si mescolava a quella ben più importante delle elezioni, al punto che Rock & Folk, sulla copertina del suo ultimo numero esclamava senza timore “Vota Springsteen!”. Diecimila persone al palazzo dello sport ed uno show di tre ore hanno confermato le attese e Bruce Springsteen ha raccolto col suo solito fare da coatto dal cuore buono il successo che ha meritato.

La cronaca dello spettacolo è superflua, l’elenco dei brani che ha eseguito lo lasciamo stare (anche perchè la memoria ci trarrebbe sicuramente in inganno) ma riuscire bene a spiegare perchè lo spettacolo di Bruce Springsteen risulta entusiasmante è forse la cosa migliore e più complicata.

Prendiamola dal lato più semplicistico: è difficile, davvero, andare ad un concerto e scoprire che chi è sul palco si sta divertendo davvero, che sta suonando quei brani, in quel modo, perchè li ama perchè (e qui cadiamo nell’ovvio) ha qualcosa da dare, delle emozioni da regalare; è difficile trovare nella scena rock qualcuno che regga senza paura uno show di tre ore, senza risparmiarsi un attimo, saltando e cantando, crudo ed acerbo quanto romantico e grintoso. Springsteen dal vivo è altra cosa dai dischi, che non riescono a catturare l’energia ed il suono del gruppo, anzi propongono una musica che spesso è sensibilmente diversa come aroma e spessore.

“La guida basso sulla fiancata, con scritto sopra “Destinato alla gloria”, in vernice rossa, bianca e blu lucente, si appoggia al cofano, racconta storie di gare, i ragazzi lo chiamano Jimmy il santo”.

E’ l’America in tutto e per tutto, l’America di John Ford e di James Dean, l’America del proletariato urbano, del black-out, l’America elettrica e vistosa delle automobili, quella che vive con Springsteen, un sogno americano che affascina e che non vuol morire, un sogno che organizza la resistenza e si fa valere in ogni occasione. Lo spettacolo non fa altro che riflettere questo in modo chiaro: nella prima parte si parla di lavoro, di lotta, di storie dure di vita, nella seconda si parla di gioia e liberazione, ed il tema che lega tutti i brani è quello della forza interiore, della capacità di ognuno di alzarsi e resistere di fronte al mondo, di essere capaci di decidere il proprio destino e di scegliere.

Il tutto è trattato con una forza, un’energia ed una enorme dose di romanticismo che non possono non emozionare, che lasciano soddisfatti, che riempiono le orecchie, ma anche il cuore e i nervi.

Springsteen non è il futuro, è il presente del rock’n’roll, è l’incarnazione del mito, ne ha tutte le misure, dal suo modo di stare sul palco, alla sua voce, alla comunicativa, e le sue canzoni colpiscono nei punti giusti.

C’è poco da fare, dicevamo, è notte, ma si può sempre prendere la macchina e correre per strada, inutilmente ed inesorabilmente, nati per correre, per soffrire e per ridere, con il cuore affamato, le braccia stanche, perdonatemi le citazioni, ma è cosi che funziona.

 

La E-Street Band

E la E Street Band è una vecchia macchina lucente, capace di correre sull’autostrada e di sferragliare nei sobborghi, guidata dal basso di Gary Tallent, preciso e serio, dalle tastiere incrociate del prof. Roy Bittan e del maestro Danny Federici, dalla batteria pulsante di Max Weinberg, dalla chitarra del carbonaro Miami Steve Van Zandt. E poi c’è lui, il Big Man al sassofono, l’alter-ego di Springsteen, Clarence Clemons, adorato dal pubblico e dallo stesso Bruce, che quando lo presenta si stende per terra in segno di venerazione.

Poco altro da dire, molto ancora da ascoltare. E pensare che il mio musicista preferito è Brian Eno!

Ernesto Assante

 

Recensione estratta da “PRISMA” – Mensile di Riflessi Sonori – Numero 4 – Giugno 1981.

PRISMA  e’ una rivista mensile di Musica edita da Carlo Marignoli nel triennio ’81-’83’ dove hanno partecipato alla realizzazione importanti firme della critica musicale.