GRATEFUL DEAD. La storia della California sonora.

Grateful Dead

Grateful Dead: gli inizi

Nell’arco di tempo che va dal luglio 1965 al luglio 1966 il gruppo di rock’n’roll dei Warlocks cambia nome in Grateful Dead.

Nel lontano 1966, Grateful Dead sembrava il nome perfetto per quel gruppo, era tratto da una raccolta di ballate, che narravano delle vicissitudini di alcuni fantasmi tornati dalle tombe per concludere affari sospesi ed infine grati se accontentati; il nome si addiceva perfettamente al gruppo reduce dagli Acid Tests.

E’ da quel periodo infatti che Jerry Garcia e amici cavalcano la tigre degli eventi della baia di Frisco, è da allora che con alterne vicende la “famiglia” rappresenta il modo di vita e forse anche il modello sociale che molti hanno cercato raggiungendo la mitica costa dell’Ovest, come in una nuova corsa all’oro.

Certo sono lontani quegli anni, quando intere comunità si muovevano nel grosso territorio del sole, come in una nuova mecca alla ricerca della verità. Ben lontani certo sono quegli eventi, ma è di nuovo da li che stanno arrivando i più freschi segnali del risveglio, sia musicale che politico. E non è un caso forse che Jello Biafra (leader dei Dead Kennedys) si sia presentato alle elezioni di sindaco a San Francisco ricevendo più di seimila voti.

 

Le altre band

Dei gruppi che hanno formato quella scena come i Jefferson Airplane, i Quicksilver, gli Hot Tuna o Crosby, Stills, Nash e Young, i Grateful Dead hanno segnato un passo proprio, una propria storia separata dai grossi eventi, e per questo, tutto sommato fuori da una catalogazione temporale. I Dead sono stati, cosi come saranno.

Nati come gruppo che traduceva in musica le sensazioni frecciavano tra gente alta di sostanze psichedeliche, i Dead ancora oggi si portano dietro quell’eredità, creando in concerto situazioni dilatate e densificate come allora.

 

Il Rainbow Theater 

All’esterno del Rainbow Theater di Londra la stessa gente che poteva esserci dieci anni fa. All’interno, la sala gremita di trentenni reduci dai concerti dell’Empire Pool a Wembley del ’72, sedicenni nuovi adepti, americani deadheads che avevano seguito il gruppo da oltreoceano. Una storia strana questa che riguarda la popolazione “Dead”, è come se si trovasse al di fuori di qualsiasi movimento politico e sociale: è semplicemente la CORTE DEAD. Nonostante il tempo passato però, l’unione tra il posto e la persona, cioè l’unione fra le due entità: Rainbow e Grateful Dead, rimane ancora una miscela incredibile.

 

I membri della band

Nelle quattro serate a loro disposizione hanno presentato con totale noncuranza oltre quindici ore di ottimo materiale, dalla semplice canzone, al lungo medley, dal rock’n’roll alle atmosfere cupe dei vecchi Dead. In ognuna di queste il gruppo è sempre al pieno dell’efficienza, è sempre li, pronto come fosse la prima volta, con ugual sentimento è sul palco ad infondere le “good vibrations” di sempre attento nello scambiarsi i ruoli. Ora è Bob Weir che tira dalla sua con una ritmica rock, ora è il basso pulsante di Phil Lesh, eterno ragazzo in attesa da sempre che qualche grosso evento lo sorprenda mentre suona, ora è la sezione ritmica di Mickey Hart e Bill Kreutzmann, i due particolari percussionisti che mandano avanti il suono Dead.

Anche loro sembrano stupiti di quello che riescono a fare, è sicuramente un modo istintivo e non tecnico quello che hanno scelto per suonare. Ma sopra tutti, tranquillo più che mai, con una lunga barba e folti capelli bianchi che cadono giù sulle spalle sorvola la presenza di Jerry Garcia, la vera anima trainante del gruppo. Da lui dipendono i diversi umori della band, da lui dipendono i cambi di atmosfera e da lui dipendono tutti coloro che per almeno una volta hanno assistito all’esperienza di un concerto dei Grateful Dead.

 

Il concerto

Anche se le ultime prove discografiche non avevano reso merito al gruppo, molti attendevano le esibizioni Londinesi con la certezza che ancora una volta sarebbero state all’altezza della Caro Fama. Partono subito con Jack Straw apparso sul triplo Europe’72, dopo qualche minuto di accordatura proseguono con quattro o cinque dei loro classici pescando quà e là nel repertorio che và dal ’65 fino ai giorni nostri.

A questo punto tutto comincia a girarti intorno, vi è una strana elettricità, una eccitante corrente che ti preavvisa di qualche avvenimento importante, sai che qualcosa ti sta per salire. Basta lasciarsi andare, e i musicisti lassù cominciano a portarti nell’iperspazio, in quella strana dimensione qual’è il pianeta Dead, e sei certo che lo fanno solo per te.

Forse nulla è paragonabile all’esperienza Dead sul palco. Sono capaci di suonare continuamente per più di due ore senza mai fermarsi, oppure di eseguire canzoncine di tre minuti con intervalli di dieci. Riescono ad unire, miscelare, coagulare tutto con la più totale semplicità, come in un gioco, come se nulla contasse, e tu ti senti cullato e trastullato dalla quantità di suoni che escono potenti e precisi dalle loro spalle. E’ un continuo ondeggiare è un continuo salire, è un continuo cambiare dimensione.

Quando ti accorgi che sono passate quattro ore ti chiedi come ciò sia possibile, vorresti che proseguisse ancora per continuare a viaggiare.

Maurizio Malabruzzi, John Blunt

 

 

Recensione estratta da “PRISMA” – Mensile di Riflessi Sonori – Giugno 1981 – Numero 4
PRISMA  e’ una rivista mensile di Musica edita da Carlo Marignoli nel triennio ’81-’83′ dove hanno partecipato alla realizzazione importanti firme della critica musicale.
Seguirà un’intervista a Jerry Garcia e Bob Weir dei Grateful Dead nel prossimo articolo.