Robert Wyatt. L’intervista. Parte Seconda

Robert Wyatt

Vi presentiamo il seguito del nostro incontro con Robert Wyatt.

Iniziamo con il parlare di quello che hai fatto dopo il 33 giri “Ruth is stranger than Richard” che ormai risale a più di cinque anni fa.

ROBERT WYATT: non è che mi ricordi molto bene…comunque musicalmente mi ricordo di aver fatto delle cose interessanti con Carla Bley e Michael Mantler. Le composizioni erano di Michael gli arrangiamenti li faceva Carla.

 

PRISMA: hai fatto dei pezzi anche per la Obscure…

ROBERT WYATT: ……oh si!…. ho cantato dei brani di Cage, su “Voices and instrument”, il quinto disco per quell’etichetta.

 

P.: dimmi della tua musica…

ROBERT WYATT: beh… sono ritornato ad essere un fan, non un produttore di musica. Quindi faccio musica perchè mi piace ascoltarla e riesco ad avere delle idee solo se sento qualcosa in testa che nessun altro sta facendo. Ora sto scoprendo che questa è una quantità enorme, e probabilmente ve ne è sempre stata, ma solo ora ne sento tanta, cosi, l’impeto originale a comporre per riempire un vuoto nella musica non c’è più… mi piace molta della musica che già esiste.

Comporre ora sarebbe solo.. forse semplicemente non mi va; così quello che sto facendo è interpretare le idee di qualcun altro che mi piace o apprezzo.

 

P.: da cosa dipende il fatto che hai lasciato la Virgin? Noi pensavamo che loro non erano d’accordo con la tua nuova produzione.

ROBERT WYATT: oh no, sono abbastanza contenti qui.

 

P.: insomma non ti andava semplicemente di registrare.

ROBERT WYATT: giusto. Sto facendo molte cose, ho sempre delle idee, ma ad esempio, nel contesto del gruppo, io ero il batterista e scrivevo forse due tre canzoni in un anno. Ora che non sto in un gruppo e non posso suonare il mio strumento, non mi rimangono che le due o tre canzoni all’anno e non sono certo sufficienti per fare un disco.

Non ho il motore che può avere una persona indipendente. Sono sempre stato abituato allo stimolo che ti offre il lavoratore con altra gente, ad avere la possibilità di potersi scambiare le idee. Questo stimolo ora non c’è. Tuttora sto cercando una maniera per ricatturare il feeling che si crea quando si lavora insieme ad altra gente.

E’ una situazione difficile, perchè non posso chiedere ad altri di vivere come vivo io, ma l’unico modo in cui si riesce a portare avanti un gruppo facilmente di sicuro non è stando seduto su di una sedia a rotelle.

In queste condizioni occorrono troppi preparativi per intraprendere una tournèe, forse riuscirei a fare solamente delle tappe occasionali con amici, ma la migliore musica viene fuori quando un gruppo passa molto tempo a suonare insieme.

 

P.: pensi che la situazione nel comporre e suonare e quindi registrare sia migliore adesso che non cinque anni fa? Il rock sta forse crescendo…

ROBERT WYATT: a dire il vero non sono molto interessato alla musica rock, quindi non posso giudicare la cultura rock, è però l’unico “posto” dove riesco a lavorare. Per me non è una religione come lo può essere per altri, ad esempio non lo amo come Pete Townsend e non lo odio come fa Johnny Rotten.

Ora sto lavorando perchè… sono troppo giovane per morire.

 

P.: in effetti la tua musica non può venire etichettata nè sotto jazz nè sotto rock, è semplicemente la tua musica…

ROBERT WYATT: ascolto molto rock originale, come la musica da ballo degli anni venti-quaranta, ma di quello che ora viene chiamato Rock, quello senza la parola “Rolling” non mi interessa molto.

 

P.: che cosa hai in programma?

ROBERT WYATT: Ho registrato qualcosa per la Rough Trade, perchè li ho incontrati e ci siamo piaciuti. E non riuscivo a pensare ad una buona ragione per non farlo… sto registrando qualche canzone ma non so cosa succederà poi.

Non riesco ad avere un rapporto soddisfacente con gli altri… non mi sento a mio agio.

Fino a cinque anni fa avevo l’idea romantica che potevo creare degli artefatti perfetti in un mondo imperfetto… ora non mi importa più tanto. Come musicista adesso penso di più nella maniera in cui pensa un giornalista; faccio una cosa che mi stimola in questo momento e che fra sei mesi potrebbe non interessarmi più, potrebbe perdere la sua importanza. E’ una reazione veloce a circostanze immediate. Prima avevo un’idea più isolata dell’arte.

 

P.: con quali musicisti hai suonato per le registrazioni della Rough Trade?

ROBERT WYATT: ho lavorato con Bill McCormick al basso, Frank Roberts al piano; ho registrato il poeta Peter Blackman, ho registrato dei musicisti Bengalesi che vivono qui a Londra.

 

P.: cosi pensi che la tua maniera di comporre sia cambiata in questi ultimi anni? Ci sono state influenze su di te?

ROBERT WYATT: molte cose nascoste sono cambiate. Mia madre una volta mi diceva che mi sarei reso conto di essere invecchiato quando avrei visto i poliziotti come ragazzi. Sai che stai diventando un vecchio musicista quando i tecnici del suono ti sembrano bambini.

Quando iniziai a registrare, i tecnici erano più vecchi di me ed il suono che volevano era quello di una vecchia musica, non gli piaceva la musica nuova e vi erano battaglie negli studi di registrazione. Ora mi trovo nella situazione opposta, i tecnici del suono sono giovani e sono più coinvolti nella musica che gira adesso.

Questo è un grosso cambiamento, perchè un tecnico del suono influisce come un direttore d’orchestra. Ora il tecnico è il musicista principale.

L’avanzamento tecnologico negli studi di registrazione può rendere possibile ogni suono, puoi fare qualsiasi cosa; il tecnico ha più esperienza con quegli strumenti che non un musicista, che ovviamente non passa molto del suo tempo in uno studio. Trovo che forse ora il musicista ha meno controllo, perchè buona parte delle decisioni le lascia prendere al tecnico. La tecnologia nata per semplificare il lavoro del musicista e per assecondare i suoi desideri ha invece dato l’effetto opposto.

 

P.: secondo te il modo di produrre musica che ha Brian Eno ha cambiato qualcosa nella musica pop? Ti piace quello che sta facendo?

ROBERT WYATT: non lo vedo da un pò di tempo. Nel periodo in cui non lavoravo ci vedevamo spesso e parlavamo molto. In quei giorni io ero una delle persone che Eno invitava nel suo studio di registrazione per improvvisare, ma per lo più eravamo amici che conversavano.

Musicalmente avevamo degli elementi e delle idee in comune, come, ad esempio, una cosa che solo adesso viene accettata: il contributo amatoriale che solo un amatore può dare (la musica ai non musicisti n.d.r.). Ma in termini di gusti musicali e retroscena Eno è sempre stato più vicino al rock… quello bianco Inglese o Americano. Vi sono però altri tipi di musica che ci influenzano entrambi come la musica orientale, cinese o giapponese.

 

P.: cosa pensi della “musica per ambienti” di Eno o di Fripp? Tu hai fatto con Eno “Music for Airports”. Come è nata quella storia?

ROBERT WYATT: Eno era a Londra, a metà strada tra la Tailandia e New York, mi telefona e dice: “ho sei ore a disposizione nello studio, ho trovato due o tre amici con gli strumenti. Vieni giù a suonare ed a prendere un tè”. Cosi mi sono seduto davanti al piano ed a una tazza di tè, l’ingegnere del suono inizia a far scorrere il nastro del registratore e si va a sedere vicino ad Eno. Eno può passare molto tempo a fare questo perchè ha molti soldi.

Cosi un anno dopo senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi su di un disco. Forse avrà preso solo due o tre cose di quelle che tu avrai fatto e le unirà con altre basi, ed ecco pronto il collage di Eno. Per lui è più facile lavorare con qualcuno che come me simpatizza per lui. Ma il reale coinvolgimento che si ha con Eno è totalmente passivo. In un certo senso comunque quasi tutti i produttori fanno cosi.

Ha vari modi di impostare il lavoro, dipende dal progetto che ha in mente, a volte ha delle idee concrete ma il più delle volte sono solo improvvisazioni in studio.

 

P.: ma ascoltando poi i dischi cosa ne pensi?

ROBERT WYATT: filosoficamente mi va bene, ma alla fine le mie orecchie vogliono ascoltare qualcosa di diverso da quello che vogliono le sue. E certamente non otterrei lo stesso risultato finale.

Le sue idee vanno bene e sono avventurose, ma in definitiva non produce musica che piace particolarmente, ma questa non è una critica. Tu cosa ne pensi?

 

P.: ma… mi piace la sua produzione.

Quando Fripp è stato a Roma ci ha proposto il suo modo di vedere la musica per ambienti, dicendoci di ascoltarla come sottofondo, ai nostri gesti, alle nostre parole.

ROBERT WYATT: normalmente la musica fa parte dell’atmosfera come mobilio, ed è lavoro del musicista creare proprio questo.

Questo è ciò che pensa Eno, io mi trovo perfettamente d’accordo con le sue ipotesi. Credo che abbia capito che ci sono differenti modi di fare musica, compreso il suo significato nel contesto sociale, questo di lui mi piace molto.

Non ha inventato qualcosa, lo ha scoperto ed elaborato bene, come prima non era mai stato fatto.

 

P.: cosa pensi della musica degli anni ’80. Qualcosa sta cambiando? Vi sarà una evoluzione o una involuzione?

ROBERT WYATT: non sono sicuro sulle “decadi”, poichè le “decadi” sono un concetto astratto. Esistono poichè la gente le inventa.

Non credo che vi sia qualcosa di universale in giro che stia accadendo. A New York come a Londra, o all’Avana o a Roma… é tutto uguale.

Fammi pensare… non so… dimmi tu…

 

P.: ma, le decadi sono solo un riferimento… ad esempio si parla della fine degli anni sessanta e dei gruppi che lo hanno caratterizzato….. a proposito, ti va di parlarci di quel periodo?

ROBERT WYATT: il passato non scompare mai e costantemente lo reinterpretiamo. Ora vedo il passato di dieci anni fa molto diverso. Allora ero molto coinvolto con quello che stavamo facendo in modoche tutto funzionasse, che entrassero un pò di soldi, ecc… Ora, quando guardo indietro, vedo tutte le cose che allora ignoravo, le cose accadevano ma in quel momento non te ne rendevi certo conto. Cosi come è accaduto per la musica Giamaicana: solo ora, ad anni di distanza, se ne parla diffusamente.

 

P.: il reggae sta vivendo un grosso momento di sviluppo.

Pensi che questo sia mediato dall’industria musicale o si è sviluppato con le proprie forze?

ROBERT WYATT: penso che la musica Giamaicana sia uno dei maggiori fattori della rigenerazione della scena rock inglese, in vari modi; ciò mi interessa.

Nei primi anni sessanta stava appena iniziando ma nessuno ci faceva caso.

 

Canterbury

P.: ti senti ancora coinvolto in qualche modo con i musicisti che caratterizzano la scena inglese, con quel loro particolare sound che fu definito di Canterbury?

ROBERT WYATT: non so esattamente a quali musicisti ti riferisci, ma se pensi a gruppi come National Health, Hatfield and the North, Caravan, ti posso dire che è stata per tutti una grossa esperienza. Fra tutti, chi ha portato avanti un discorso più interessante sono stati gli Henry Cow e le successive diramazioni.

Queste idee si sono sviluppate meglio in questi ultimi cinque anni che non in passato, ma ironia della sorte queste cose che facevano alla fine degli anni ’60 -inizi ’70- ora non sono più di moda. Le cose che si fanno oggi sono senza dubbio di qualità migliore, ma la gente vuole vedere sempre nuovi fiori.

E’ nella natura umana… siamo intrappolati nella contraddizione… quei gruppi erano interessanti soprattutto perchè erano una novità, quando non sono più tali vengono messi in ombra dalle novità del giorno.

Così nascono i conflitti della musica.

  

di Enzo Capua e Maurizio Malabruzzi

Intervista estratta da “PRISMA” – Mensile di Riflessi Sonori – Numero 2 – Marzo 1981.

PRISMA  e’ una rivista mensile di Musica edita da Carlo Marignoli nel triennio ’81-’83’ dove hanno partecipato alla realizzazione importanti firme della critica musicale.